29 agosto 2011 21:00 a 23:30.

Paolo Crepet

Lunedì 29 agosto Paolo Crepet, noto psichiatra italiana, presenterà al Teatro di Verzura il suo ultimo libro intitolato “Perchè siamo infelici” edito da Einaudi,2010.
Nato a Torino il 17 settembre 1951.
Nel 1976 ha conseguito la  laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Padova, con il massimo della valutazione 110/110.
Dal 1977 al 1979 ha fatto attività di Medico Ricercatore in un Ospedale psichiatrico di Arezzo ed ha vinto una borsa di studio internazionale bandita della Organizzazione Mondiale della Sanità che lo ha portato a perfezionare i suoi studi in psichiatria in varie università sparse in tutto il mondo.
Nel 1980 Crepet ha conseguito la  Laurea in Sociologia presso l’Università di Urbino, con voti 110 su 110, nel  1985 si è specializzato in Psichiatria presso la Clinica Psichiatrica dell’Università di Padova ed ha ricoperto e ricopre cariche importanti nel mondo della ricerca ed applicazione delle cure psichiatriche in Italia ed in Europa.
Crepet che si è occupato e si occupa a fondo dei problemi giovanili, di suicidio, di disoccupazione e di disagio sociale.
Affiancata all’attività professionale di Psichiatra, di Ricercatore e di Docente, Crepet svolge con successo l’attività di Editorialista e Scrittore, collaborando con “Specchio”, “La Stampa” e “Anna”.
Oltre ad una ricca produzione di saggi, che dal 1981 vanta più di 15 importanti titoli, dei quali l’ultimo è “I figli non crescono più” che continua ad essere una delle maggiori scelte dei lettori italiani.

Una recensione di “Perchè siamo infelici” scritta da Umberto Galimberti per “La Repubblica” del 16/06/2010 (link):

La Copertina

Se so che devo morire non capisco perché devo essere felice. La differenza tra l’uomo e l’animale sta tutta in questa consapevolezza, per cui l’infelicità è l’elemento costitutivo della condizione umana, che un tempo le religioni e oggi le psicoterapie o i ritrovati farmacologici cercano inutilmente di narcotizzare. Ma si può davvero pensare di reperire la felicità attraverso la negazione del tratto caratteristico della condizione umana? E allora, come scrive opportunamente Edoardo Boncinelli in Perché siamo infelici (Einaudi, pagg. 184, euro 14): “L’infelicità non è un accidente, è un destino”.

Oltre a Boncinelli, che affronta il problema dal punto di vista genetico, il libro ospita gli interventi di eminenti psichiatri e psicoanalisti quali Maurizio Andolfi, Vittorino Andreoli, Eugenio Borgna, Bruno Callieri e Paolo Crepet che cura questa raccolta dei saggi, il cui intento è di smascherare i falsi rimedi che ogni giorno ci vengono proposti da quanti traggono profitto dall’infelicità diffusa, per vendere quelle che già Eschilo chiamava “cieche speranze (thuphlás elpídas)”. Con la chiarezza dello scienziato che non si fa incantare dalle cieche speranze, Boncinelli ci avverte che la natura ci genera per la continuità della specie e non per la felicità dell’individuo. Ma affinché gli individui non si demotivino una volta raggiunta questa consapevolezza, la natura provvede a quella serie di inganni che sono i desideri dell¿individuo, i suoi progetti, i suoi investimenti, i suoi entusiasmi, particolarmente vividi nell’età giovanile che è poi la stagione più feconda per la generazione. “Resisteremmo infatti fino all’età riproduttiva – il traguardo che interessa alla natura – se non avessimo questa sorta di imbroglio da bambini, che non ci fa vedere perfettamente le asperità del mondo?” – si domanda Boncinelli e risponde: “Sono sicuro di no. Abbiamo una fase transitoria, ma lunga, di minore lucidità e ringraziamo Iddio. Altrimenti sono convinto che molta gente abbandonerebbe questo mondo ben prima della morte naturale”

A questa infelicità di base, che possiamo chiamare “biologica” se ne aggiunge una “culturale”, determinata dal fatto che l’individuo promuove desideri, progetti, investimenti che, scrive sempre Boncinelli, sono “una molla alla base di tutta la civiltà e di tutta l’evoluzione culturale, ma anche una palla al piede, uno sconforto, uno sconcerto, un amplificare l’infelicità su tutta la vita”, perché i nostri desideri sono quasi sempre sproporzionati alla nostra capacità di realizzazione, e lo scarto tra il desiderio e la sua realizzazione è la fonte di una nuova infelicità.

Su questo tema ritornano le bellissime pagine di Eugenio Borgna che, dopo aver esaminato tutte le forme patologiche di felicità e di infelicità, e i rimedi farmacologici che attutiscono i sintomi ma non danno un orizzonte di senso, affonda radicalmente lo sguardo sulla condizione tragica dell¿uomo che non può vivere senza una produzione di senso, in vista della morte che è l’implosione di ogni senso. Colta nella sua dimensione abissale, questa infelicità non è curabile con i farmaci, ma è possibile attenuarla attraverso un’intensificazione delle relazioni interpersonali, da quelle affettive a quelle di cura, recuperando quel tratto costitutivo dell¿essenza dell¿uomo che la natura prevede come “animale sociale”.

Ma che tipo di società è quella che ci circonda? Una società che ci riempie di oggetti da consumare, scrive Paolo Crepet, che stanno al posto di relazioni mancate. Una società che misura la felicità sui redditi invece che sulla circolazione dei sentimenti, fino al punto, sempre in nome dei redditi, di fare dell’infelicità un businnes. Infatti, scrive Crepet: “assistenti sociali, religiosi, psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, filosofi, organizzazioni di volontariato, farmacologi, perfino le prostitute vedrebbero i loro ricavi ridursi se, d’un colpo o per magia, la maggior parte degli infelici cessassero di esserlo”. Per non parlare poi del controllo sociale che trae un indiscutibile vantaggio dall’infelicità: “perché è più facile controllare persone rassegnate e impotenti, piuttosto che vitali e ideative”.

Sull’infelicità collettiva vivono anche le religioni che “promettono una felicità post mortem“, garantendosi in tal modo la sopportazione dell’infelicità su questa terra, fino a indurre a vivere i momenti di felicità con un mal celato senso di colpa, perché assaporare la felicità su questa terra potrebbe ridurre la fede nell’al di là. Ma, osserva opportunamente Crepet, non meno insidioso è il messaggio sotteso a ogni forma di pubblicità che, per invitarci a consumare, ci dice Life is now (la vita è adesso). E se la religione si alimenta di infelicità proiettando la felicità in un altro mondo, la cultura del nostra società, concentrandosi sul presente, esclude che il futuro della vita individuale e sociale possa essere migliore di quello attuale.

Ma se questa è la condizione umana, non è che per vivere bisogna frequentare e almeno in parte corteggiare la nostra follia? Questo è il messaggio dello psichiatra Vittorino Andreoli secondo il quale: “Per vivere bisogna essere fuori dalla realtà, essere dunque come i folli che l’hanno dimenticata, per poter sopportare di stare al mondo e di continuare a essere uomini, uomini senza senso, perché di fatto la condizione umana non ne ha alcuno”.

Redazione
25 agosto 2011